A maggio 2026, Papa Leone XIV ha pubblicato “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica dedicata interamente all’intelligenza artificiale. Un documento che riguarda chiunque e in modo particolare chi opera nel Terzo Settore.
Coltivata, non costruita
Leone XIV nel paragrafo 98 dell’enciclica scrive che le intelligenze artificiali moderne sono più “coltivate” che “costruite”, perché i loro sviluppatori non ne progettano ogni dettaglio, ma creano un’architettura sulla quale l’AI “cresce”.
Una distinzione tecnica, da cui nasce una questione etica precisa: se non sappiamo del tutto come cresce, dobbiamo stare molto attenti a come la coltiviamo.
L’AI non è neutra; assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la usa e la scelta che abbiamo davanti è tra due modi di costruire:
edificare Babele
ovvero progettare e costruire senza chiedersi per chi;
ricostruire Gerusalemme
ovvero la via del profeta Neemia che ricostruisce le mura con il contributo di tutti; ciascuno responsabile di una parte.
La domanda che cambia tutto
“Per secoli a una tecnica abbiamo chiesto che cosa sapesse fare, ed era la domanda dello strumento. Da poco, davanti all’intelligenza artificiale, abbiamo preso a chiederle che cosa sia, ed è la domanda ontologica […]. Ma se prendiamo sul serio l’idea di coltivazione se ne apre la terza, ossia che cosa cresce nella relazione tra chi coltiva e ciò che è coltivato. […] Ora che coltiviamo una coltura cognitiva addestrata da una manciata di ingegneri convinti che il limite umano sia un bug da correggere, resta da chiederci quale individualismo o quale interdipendenza ci stia, lentamente, arando dentro.”
Chi coltiva l’AI viene a sua volta ricoltivato da essa.
Una trasformazione che richiede consapevolezza, perché per le organizzazioni non profit, che credono che la relazione umana sia insostituibile, questo è un elemento di attenzione imprescindibile.
Posta questa premessa, l’AI può liberare le persone dal peso di tutto quello che non ha bisogno di essere umano per fare spazio a quello che lo richiede davvero.
Da esecutori a manager: come cambia il lavoro
Questa è la prospettiva che ha descritto anche Gian Segato, ricercatore di Anthropic.
L’AI cambia la qualità del lavoro perché permette alle persone di smettere di essere esecutori e di investire le proprie energie in attività più strategiche, diventando manager di processi più complessi.
Per un fundraiser significa meno tempo a scrivere la quarta versione della stessa email e più tempo su cosa comunica davvero quell’email. Meno tempo a cercare dati nel CRM, più tempo a capire cosa dicono quei dati sulla relazione con i donatori.
La qualità umana non viene accantonata, viene amplificata; il divario tra organizzazioni con strategia e visione e quelle senza si fa più evidente.
Cosa sta succedendo nel mondo
la raccolta fondi, con aumenti tra il 20 e il 30% nelle donazioni grazie ad analisi predittiva e personalizzazione
l’efficienza operativa; l’automazione dei processi libera in media 15-20 ore settimanali da dedicare a lavoro ad alto valore strategico
la misurazione dell’impatto: il monitoraggio in tempo reale dei programmi rende più precisa e credibile la rendicontazione verso i donatori.
I casi più interessanti però non sono quelli in cui l’AI fa di più, ma quelli in cui le organizzazioni sanno fare la cosa giusta con l’AI. Ecco alcuni esempi.
Dynamo Camp
ha costruito un ecosistema di modelli AI interni e ha scritto una policy che parte da una domanda precisa: ha senso usare l’AI in questo contesto?
Una domanda che fa tutta la differenza tra un uso consapevole e uno automatico.
Charity: water
ha implementato una chatbot AI che estende la relazione con i donatori nel tempo, con un aumento documentato del 30% nel tasso di retention.
La trasparenza verso i donatori, ovvero dichiarare esplicitamente quando si usa l’AI nella produzione di contenuti, è parte integrante della strategia.
UNICEF (idea del copywriter indiano Arun Anoop)
La proposta creativa per UNICEF India ha usato l’AI non come strumento, ma come lente interpretativa. La campagna “I Want AI to Take My Job”, con bambini al lavoro in fabbriche e cantieri, rovescia il dibattito dominante: mentre gli adulti temono la sostituzione, ci sono bambini che la aspettano come una liberazione. “Così posso andare a scuola. Così posso essere un bambino.”
La tecnologia non è lo strumento della campagna. È la chiave interpretativa che la rende possibile.
Le domande che il Terzo Settore non può evitare
Ecco allora tre domande a cui dare una risposta:
stiamo usando l’AI per fare di più o per fare cose più significative?
stiamo personalizzando la comunicazione per rendere più vera la relazione con i donatori o solo per ottimizzare il tasso di apertura delle email?
stiamo liberando le persone dal lavoro meccanico o riducendo il lavoro umano all’unica cosa che un algoritmo non sa ancora fare?
Il Terzo Settore ha una posizione unica: nessun azionista che chiede di ottimizzare i profitti, ma ha comunità che chiedono cura, giustizia, relazione.
Possiamo usare l’AI con una bussola che molti altri attori non hanno. Possiamo usarla e dobbiamo scegliere come.